La morte spiegata ai bambini. Le parole, l’autenticità dei gesti

Una delle tematiche più difficili che mi trovavo a dover affrontare nel mio ruolo di educatore, riguardava l’idea legata alla morte, spiegata ai bambini.

Poi un giorno, quando divenni madre, formulai nella mia mente questa stessa idea, questa difficoltà, ma da un ulteriore punto di vista.

Quando è nato mio figlio ho creduto che non avrei vissuto abbastanza per gioire.

Ricordo ancora quella stanza dedicata, con le sue luci soffuse e le sue grandi ombre. Sentivo le voci di chi mi attorniava, concitate come in una scatola avvolta in uno strato spesso di plastica antiurto; io mi affacciavo a vivere una nuova vita, eppure la domanda che mi risuona con quel briciolo di lucidità che mi restava era, “come glielo avrebbero spiegato che di lì a poco…?”.

Sono qui a scrivervi sul come possiamo raccontarlo ai bambini, perché non si è mai veramente pronti per farlo.

Parlare della morte resta ancora per molti un tabù.

L’emozione che tutti noi proviamo pensando alla morte é senza ombra di dubbio la tristezza, e in questa tristezza, in questo stato di delusione che dunque dobbiamo trovare il modo per raccontarla.

Come affrontarla con i bambini, garantendo e proteggendo e rispettando il dolore?

Non si può fingere di essere felici, le emozioni vanno vissute per ciò che sono, attraversate e processate; ognuno di noi troverà poi il proprio modo personale,la propria maniera autentica di vivere il dolore.

Un bambino si trova a volte ad affrontare questo tema sin da piccolo, con la morte di un animale o con la perdita di un persona vicina, o a volte leggendo una storia. C’è dunque un prima e un dopo.

Il mondo dell’editoria offre spunti interessanti. Molti sono gli albi che la raccontano in modo chiaro, basta volerne parlare e condividere, e proprio attraverso un libro cerchiamo il più delle volte risposte che possano alleggerirci.

L’isola del nonno

Con tutta onestà, ammetto che non esistono delle risposte assolute, giuste o sbagliate: dobbiamo accettare che non esistono proprio risposte.

Vivo come adulto il tema dell’impotenza di non aver risposte a tutte le domande; questo è un sentimento che va accolto perché un abbraccio silenzioso può incantare, raccontare più di un detto. Le parole giungeranno a tempo debito.

Ci viene naturale porci domande sul come affrontare i molti quesiti che riguardano il tema, i comportamenti che emergono, le bizzarrie. Come accompagnarli dunque in questa esperienza dirompente?

Le modalità che scegliamo di adottare differiscono in base all’età dei bambini.

Fondamentale è sapere che un bambino al di sotto dei tre anni difficilmente chiederà spontaneamente della morte, e più che le parole, sono le nostre emozioni e i nostri comportamenti che genereranno domande e daranno risposte.

I bambini non ri-conoscono la morte, ma l’assenza.

Diversa è invece la prospettiva dei bambini dai tre ai sei anni.

In essi l’idea della morte è percepita, ma sarà difficile capire che una persona morta non tornerà più. In questo la loro spontaneità è disarmante, quasi fuori luogo: “quando il nonno tornerà giocherà con me” come se dovesse tornasse da una lunga vacanza.

Complice di questo comportamento è il fatto che ci troviamo in una fase di pieno egocentrismo, dove è lui al centro del tutto, senza riuscire a percepire la differenza tra la propria visuale e quella degli altri.

Pian piano che crescerà i pensieri saranno processati diversamente essendo più agganciati alla realtà, percependo la vita, e dunque la morte, in modo differente.

Dunque tra i sei e dieci anni anni si comprenderà l’irreversibilità della morte, anche se resta il concetto del “sempre” che è difficile da afferrare. Possono nascere sentimenti contrastanti legati anche alla dimensione del corpo, della sofferenza, della malattia, di qualcosa che non funziona più.

In questa fase è importante renderli partecipi dei rituali legati alla morte. Spieghiamo loro, attraverso delle metafore, cosa accadrà o cosa è accaduto, e attendiamoci che la consapevolezza, divenuta anche paura, divenga concreta e spesso estesa a tutti.

Potrebbero emergere domande forti, chiare, dirette, che andranno per questo accolte tutte e mai negate, anche se per noi difficili da chiarire in momenti in cui il nostro unico e medesimo desiderio sarebbe eclissarsi dal mondo.

Anche in occasioni così dolorose noi adulti rappresentiamo il tramite tra la mente e il suo cuore. Attraverso la nostra presenza, il bambino troverà il proprio modo di processare il dolore.

Più passeranno gli anni e più i bambini avranno consapevolezza che quello che vive può anche morire.

In fase preadolescenziale, o comunque dopo il decimo, dodicesimo anno, non si è abbastanza grandi per affrontare il dolore, tanto meno piccoli per correre a piangere tra le braccia di un adulto già provato dal dolore. Il rischio potrebbe essere l’isolamento, l’auto comprensione che crea un muro inevitabile tra sé e il dolore, nascondendo in questo modo le emozioni più autentiche, quelle più difficili da raccontare se non si è allenati a farlo.

Se sei arrivato sin qui hai attraversato momenti difficili e ancora cerchi risposte. Come abbiamo detto inizialmente, non esistono ricette magiche ma solo accorgimenti importanti. Le parole, l’autenticità dei gesti, la chiarezza e il rispetto dei tempi per un argomento non sempre facile da affrontare con nostro figlio.

Aspettiamo che siano loro, i bambini, a fare domande. Se proprio non esiste un imminente bisogno, inutile forzare la mano.

Affrontare una tematica così delicata, implica inevitabilmente parlare della vita, di legami, di lutti; implica mettere a nudo racconti profondi che decidiamo a questo punto di condividere nella loro interezza.

Aver valore della vita è un atto di responsabilità. Compito di noi adulti è aiutare i bambini a divenirne consapevoli in ogni sua forma.

Dotare i bambini di strumenti per vivere il dolore, rendendoli consapevoli di come possano essere affrontati, processati e superati è un compito arduo ma necessario.