Il bambino e i tre anni

La natura, nella sua infinita sapienza, traccia una linea di demarcazione fra i primi tre anni di vita del bambino e il periodo successivo.

La prima infanzia è paragonata, da Maria Montessori, alla vita embrionale.

Durante questo primo periodo ci sono sviluppi, separati e indipendenti, come il linguaggio, il movimento, la coordinazione, ma privi di quella consapevolezza che sorgerà dal terzo anno di vita in poi, come una nuova nascita.

L’unità cosciente, della personalità di un bambino, si manifesta solo quando varie parti, sia queste fisiche che celebrali, sono compiute.

Il bambino di tre anni perfeziona, in coscienza, le precedenti acquisizioni, come il linguaggio appreso, che si arricchisce sempre di più di significato.

La mano diviene l’organo principale della volontà, e il suo sviluppo motorio adesso è sviluppo di coscienza e interazione col mondo, non più dunque esercizio, ma reciprocità tra pensiero e realtà tangibile.

Manualità fine. Avvitare e svitare impugnando un cacciavite è un esercizio molto utile per esercitare la manualità fine. Cambiando la dimensione degli strumenti di può procedere per difficoltà.

Avrete per certo notato quanto i bambini, in questa seconda fase della vita, siano assorbiti quando lavorano manualmente, questo perché al gesto manuale è subentrata adesso la contezza.
E mi riferisco al maneggiare cose e oggetti che appartengono alla vita vera.

Il bambino sente il bisogno di riprodurre il lavoro degli adulti, lasciando noi meravigliati dalla capacità di gestire e collaborare, dal provato interesse che li spinge all’imitazione, tralasciando i giochi in suo possesso ( giochi tra l’altro finiti, inanimati ).

Il coltello fa paura? No! Utilizzando una lama non affilata, ma dentata e cibi facili da tagliare anche i bimbi piccoli posso aiutare in cucina e avere la soddisfazione di preparare i pasti.

In situazioni semplici con minore varietà di stimoli indotti, il bambino appare più sereno perché libero di provare e di vivere appieno la propria natura.

Solitamente offriamo loro giochi che spesso finiranno col rompere, smontare, passando da questo all’altro senza in realtà soffermarsi su nessuno, per poi risolvere che
impastare della farina, lavororare con della terra, cucinare, sono attività che assorbono il bambino. Sapete il perché? Non vi è vita reale in un gioco impersonale.
Non sforziamoci dunque di offrirgli mille giochi e altrettante attività; ciò che a loro occorre in questo nuovo stadio evolutivo è quello che hanno attorno a sé.
Il bambino a questa età si impegna ad imitare gli altri in tutte le esperienze della vita, ma dobbiamo offrigli la possibilità di farlo.

Anche gli attrezzi da giardino con la supervisione di un adulto possono essere utilizzati. Le forbici per raccogliere le arance richiedono una buona impugnatura e la capacità di dosare la forza. Ottimo esercizio!

Quando i bambini ebbero finalmente in mano oggetti veri e reali, la loro prima reazione non fu quella che ci eravamo aspettati. Mostrarono una personalità diversa, affermando la propria indipendenza e rifiutando ogni aiuto.”

(Educazione per un mondo nuovo).

Leggere fa bene a grandi e bambini. Scopriamo il perché

Acquisire la capacità di leggere, farlo assieme ai bambini, è un gesto d’amore. Questa capacità può fare meraviglie.

Leggere aiuta i bambini ad acquisire familiarità con il discorso parlato, con i suoni delle parole.

Integrare la routine quotidiana con una lettura naturale, farà sì che questa diventi un gesto irrinunciabile.

L’ascolto di storie, in pratica, arricchisce il bambino di parole e accelera la maturazione intellettuale; permette inoltre l’identificarsi in altri da sé stesso, così da comprendere e conoscere, senza sottovalutarne l’aspetto emotivo, il mondo altrui.

Nasce e si stabilizza ulteriormente una relazione stretta tra il bambino e il lettore.

“Diverse ricerche scientifiche – aggiunge Tamburlini – hanno dimostrato che leggere ad alta voce, con una certa frequenza ai bambini, fin da quando sono piccolissimi, influenza lo sviluppo cognitivo e linguistico, ma anche emotivo, affettivo e relazionale”.

Ha per esempio un effetto positivo sulla relazione genitori-figli, perché rappresenta un’occasione in cui mamma o papà staccano la spina per dedicarsi a loro.

“È un gesto d’amore, un’esperienza positiva e piacevole che rafforza il legame e l’attaccamento sicuro. Inoltre, attraverso le storie i bambini imparano a riconoscere con più facilità le proprie emozioni e quelle altrui”.

Favorisce lo sviluppo intellettivo.

Costruire gradualmente sin dalla nascita una biblioteca, apre le porte della fantasia, con amore e naturalezza.

Un ambiente stimolante, in cui il libro è parte della casa e delle normali attività del bambino, come spiega il noto pediatra Tamburlini “favorisce lo sviluppo del linguaggio e facilita l’apprendimento nel bambino piccolo e, in prospettiva, migliora le capacità di lettura ed espressive nel bambino più grande: pone cioè le basi per il futuro conseguimento di buoni risultati scolastici”.

Cosa è la letteratura per l’infanzia?

Di seguito, un breve ma illuminante passaggio del corso “Bambini e lettura” cosa, quando, perché leggere da 0 a 12 anni; a cura di Lorenzo Naia

About

⁃ La letteratura per l’infanzia è l’insieme delle opere che utilizzano la parola scritta, rivolte alla fascia d’età dello sviluppo. Il grande vantaggio del poter definire cosa sia la letteratura per l’infanzia – aspetto tutt’altro che scontato – fa sì che si possano riconoscere le caratteristiche dei lettori più giovani, che, in quanto bambini, hanno esigenze specifiche, diverse da quelle degli adulti, e al contempo sono lettori in formazione, ovvero che stanno imparando anche cosa sia un libro e cosa significhi leggere.

Lo svantaggio, però, è considerare la letteratura dell’infanzia come una letteratura minore, un’imitazione ridotta o semplificata di quella rivolta agli adulti, svilendo così il fondamentale compito che in ultima istanza la narrazione ha per un bambino: custodire il suo immaginario.

I benefici della lettura

SUL PIANO COGNITIVO

– Allena a processare informazioni

– Stimola l’immaginazione e la fantasia

– Espande il vocabolario

– Migliora le capacità di attenzione, concentrazione e memoria

– Aiuta ad interiorizzare la struttura di una narrazione

SUL PIANO EMOTIVO

– È fonte di divertimento e gratificazione – Favorisce l’introspezione

– Offre uno spettro di emozioni diverse da sperimentare indirettamente

– Pone gradualmente di fronte a situazioni di vita

Tipi di libri:

Non mi soffermerò qui sui temi e sui generi letterari, per i quali ogni tentativo di catalogazione risulterebbe riduttivo, ma sul rapporto testo-illustrazioni.

Albo illustrato:

PAROLE + IMMAGINI

Libro illustrato:

PAROLE > IMMAGINI

Silent book:

PAROLE < IMMAGINI

Graphic novel e fumetto

pop up e libri interattivi:

Il testo e le illustrazioni creano un tutt’uno complementare

Il testo prevale, le illustrazioni sottolineano alcuni passaggi.

Le illustrazioni prevalgono, la narrazione c’è ma è il lettore a darle corpo.

Il testo e le illustrazioni sono inscindibili, in un linguaggio peculiare.

Il testo e/o le illustrazioni assumono forme insolite o inaspettate.

Cinque consigli per trasmettere il piacere della lettura ai più piccoli,

da un mio articolo per IKEA Italia di Lorenzo Naia

1) Lasciate che siano loro a decidere cosa leggere, senza giudicare. Non esiste un racconto giusto o sbagliato, deve essere un’attività gratificante! Per cui va bene anche se chiedono lo stesso libro tante volte.

2) Ogni tanto provate a proporre voi una lettura, può essere una piccola sorpresa oppure un regalo per un’occasione speciale, l’importante è che quella storia vi piaccia sinceramente, perché così si percepirà il vostro entusiasmo.

3) Allestite un piccolo angolo lettura, che volendo si può utilizzare anche per giocare. Bastano poche cose, purché siano morbide e confortevoli: tappeti, cuscini, teli… Non dimenticate, però, qualche dettaglio che parli di voi.

4) Stabilite un momento fisso della giornata, in modo tale che diventi parte della routine quotidiana, che diventi un rituale. Prima di andare a letto, ad esempio. Ritagliatevi un po’ di tempo e mettetevi super, super comodi!

5) Non è necessario saper interpretare come attori, trovate una modalità che vi faccia sentire a vostro agio. Cercate soprattutto di ricordarvi che leggere insieme vuol dire condividere un’emozione.

L’angolo lettura

da un mio articolo per unprogetto.com:

Sono piccole zone della casa o della cameretta allestite con cura per creare intimità, voglia di scoprire, senso di benessere e, soprattutto, per trasmettere il piacere della lettura ai bambini.

Non per forza occorrono grandi metrature, il principio orientativo è ricreare l’atmosfera di una tana in cui rifugiarsi: il bambino la sentirà fin da subito come un’area personale, dove intrufolarsi volentieri, talvolta condividendola con l’adulto.

Alcuni suggerimenti:

– materiali morbidi e forme arrotondate – spazio circoscritto

– oggetti ad altezza bimbo

– libri di piatto

– qualche dettaglio personale -.

Concludiamo dicendo che dedicare del tempo alla lettura è un gesto d’amore verso noi stessi e verso i bambini, addobbiamo le nostre case con libri, facciamo in modo che profumino di carta, creiamo nelle loro camere librerie accessibili, la possibilità di poter toccare, assaporare è la prima tappa verso l’esplorazione, verso quel viaggio d’apertura al mondo della conoscenza.

Perché Homeschooling ?Una filosofia di vita.

In Italia la legge prevede la possibilità per le famiglie di provvedere direttamente all’educazione, istruzione, formazione dei propri figli, senza cioè che questi ultimi frequentino una scuola.

Il quadro normativo di riferimento si rifà agli articoli 30 e 34 della nostra Costituzione, le leggi n. 104 art. 12 comma 9 del 05/02/92 e n. 296 art. 1 comma 622 del 27/12/2006, nonché i decreti legislativi n. 297 art. 111 comma 2 del 16/04/1994, n. 76 art. 1 comma 4 del 25/04/2005, n. 62 art. 23 del 13/04/2017, e il decreto ministeriale n. 489 art. 2 comma 9 del 13/12/2001

È una scelta importante quella di non delegare a nessuna istituzione la formazione dei propri figli. Essa coinvolge la vita di tutta la famiglia e prevede, a cascata, una serie di decisioni e chiamate in causa di tutti i membri del nucleo familiare. Questo perché l’educazione parentale o Homeschooling è prima di tutto una scelta di vita, una particolare visione della società, della genitorialità, di cosa voglia dire formazione e cultura.

Decidere di dedicarsi all’educazione parentale, perché si hanno riserve e critiche verso il sistema scolastico, non può essere, a mio avviso, il motore della scelta.

L’homeschooling mette radici sane a partire da una visione positiva e coinvolgente della vita familiare, una visione originale legata al tipo di educazione scelta, a modelli di riferimento creativi e flessibili, non a rigide visioni che individuano nella scuola l’origine di tutti i mali.

Esistono molti modi, infatti, di declinare l’homeschooling, alcuni di questi coinvolgono anche, lì dove è possibile, la scuola, soprattutto per la fascia di età 0-6.

Educazione parentale non vuol dire fare da istitutori o istitutrici ai propri figli, insegnare loro a leggere, scrivere e fare di conto, come si diceva un tempo, applicando lo stesso ritmo della scuola. Significa piuttosto guardare alla vita, in tutte le sue sfaccettature, come ad una imperdibile opportunità per imparare a vivere, appunto. Significa assecondare le curiosità, le predisposizioni, i talenti dei propri figli, prendendosi in prima persona la responsabilità di farli crescere secondo la loro unicità.
Certo, dovranno di anno in anno, dalle elementari al diploma di scuola secondaria di secondo grado, affrontare da esterni degli esami per veder riconosciuto il percorso fatto, ma quegli obiettivi saranno solo una parte del cammino compiuto, raggiunto comunque in modo del tutto personale.

Si potranno prediligere le lingue o l’arte o la matematica, a seconda delle predisposizioni di ciascuno. Si potranno anche mettere insieme più bambini o ragazzi se si trovano famiglie con le quali condividere un progetto.

Ogni cosa che accade durante la giornata potrà essere il punto di partenza di un percorso formativo, soprattutto se fin dalla primissima infanzia le domande dei piccoli saranno state prese sul serio: “Perché piove?”, “Perché la lavatrice gira?”, “Perché le zanzare pungono?”, “Perché le lacrime sono salate?”. Se prendessimo sul serio questi quesiti e la costruzione delle risposte, avremmo già soddisfatto buona parte delle programmazioni ministeriali riguardanti l’ambito scientifico!
Ma soprattutto avremmo sostenuto e alimentato quella curiosità che sta alla base di tutti i saperi.

Non è un percorso semplice. E le domande che sorgono sono moltissime. A far più chiarezza, due dei maggiori siti italiani sull’argomento http://www.edupar.it e http://www.laifitalia.it

Homeschooling non vuol dire tagliare le gambe alla socializzazione dei nostri figli e non corrisponde al desiderio di tenerli al sicuro nel nido il più a lungo possibile, anzi! Si tratta di ripensare completamente il proprio stile di vita familiare mettendosi costantemente in discussione.

Articolo scritto in collaborazione con Giulia Lo Porto.

La pedagogia Montessori . La scelta della scuola

Negli ultimi tempi sembra esserci una vera e propria gara per accaparrarsi il nome di Maria Montessori, per la propria scuola, per i giochi, le attività, gli arredi delle camerette. Sembra essere diventato un marchio.

Ma la figura di Maria Montessori è una figura complessa e la sua filosofia, la sua pedagogia e il suo metodo vanno molto oltre una questione di mercato.

La formazione Maria Montessori l’ha portata ad avere attenzione verso lo sviluppo psico-fisico del bambino, osservando le fasi della sua vita.

L’adulto si è sempre preso il merito di essere costruttore dello sviluppo del bambino, come se fosse un vaso da riempire, senza pensare che il bambino ha grandi potenzialità dentro di sé.

Il primo consiglio a chi fosse interessato alla sua pedagogia è quello di leggere almeno le linee fondamentali della sua biografia. Aiuterà a capirne la tenacia, la potenza delle intuizioni, l’audacia, la capacità di visione, il coraggio. Perfino i suoi errori e la storia travagliata della sua maternità saranno utili per capirne il metodo.

Mandare i propri figli in una scuola con metodo Montessori è una scelta saggia, ma serve una consapevolezza importante: la filosofia Montessori deve abbracciare ogni aspetto della vita del bambino, anche a casa. E questo non perché si devono per forza comprare una particolare tipologia di giocattoli o ingegnarsi per fare travasi o fare dormire i bimbi per terra, ma perché la rivoluzione di Maria Montessori sta nello sguardo con il quale si guarda il bambino. Il bambino è il maestro.

La sua voce interiore lo guida verso le esperienze che faranno di lui una persona forte e libera, capace di uno sguardo sano su di sé e sul mondo. L’adulto è un facilitatore di questo processo. A lui il compito di preparare un ambiente che consenta al bambino di assecondare i periodi di sviluppo legati, in ogni fase della crescita, allo sviluppo motorio e del linguaggio.

Nel periodo dai tre ai sei anni c’è una coscienza del bambino molto più chiara. Il lavoro che compie il bambino è quello di impiegare al meglio le proprie potenzialità e perfezionare le conoscenze e competenze.

Per questo quando si sceglie una scuola che si definisce “Montessori” oltre all’ambiente e ai materiali bisogna fare attenzione al modo in cui gli adulti educatori si rapportano ai bambini. Perché se l’adulto è invadente, suggerisce le attività, corregge continuamente, se pensa di sapere cosa il bambino vuole prima di chiederlo al bambino allora…bisogna cercare ancora. Ma senza mai scoraggiarsi.

La ricerca della scuola che più si avvicina a quel che desideriamo per i nostri figli non è facile. Lì dove i nostri bambini sono osservati per essere compresi, con estremo rispetto e lasciati liberi di scegliere quel di cui hanno bisogno, la filosofia Montessori può portare i suoi frutti che sono frutto di libertà e di pace.

Il motore dello sviluppo di tutto è : l’indipendenza.

Avete mai pensato o visitato una scuola Montessori?

Raccontateci la vostra esperienza.

Nutrire e nutrirsi. Le chiacchiere in tema di allattamento prolungato.

A volte l’inizio dell’allattamento è impegnativo e faticoso, quando finalmente la strada sembra in discesa intorno alla mamma si crea un coro di ammirazione e sostegno.

Il bimbo cresce, supera i 6 mesi, è arrivato il tempo di iniziare a sperimentare il cibo fuori dalle poppate… E così cominciano a insinuarsi in una neo-mamma i primi dubbi: fino a quando è giusto continuare ad allattarla? Quando è il momento di “svezzarla”? A questo punto, non di rado, la mamma deve scontrarsi con le critiche e la disapprovazione delle persone che la circondano che però notate bene non hanno nessun fondamento scientifico, si fondano solo su constatazioni personali, con l’unico obiettivo insinuare nelle mamme senso di inadeguatezza alle risposte continue che il bambino la sottopone!

L’OMS, e tutte le organizzazioni scientifiche di settore raccomandano l’allattamento per due anni e oltre, finché mamma e bambino lo desiderano: nella nostra società, una donna che decide di continuare ad allattare un bimbo oltre l’anno incorre in una serie infinita di critiche: “Lo allatti ancora? Ormai è ormai grande!», oppure: «Il tuo latte non ha più sostanza”.

Il distacco e autonomia diventano dunque sinonimi.

I dubbi principali ruotano proprio attorno allo sviluppo psicologico del bambino: «Lo stai viziando, crescerà mammone!», e anche se non te lo dicono, lo pensano.

Nessuno però è pronto ad elencare gli effetto benefici sul bambino…

Quando parliamo di allattamento non ci riferiamo soltanto a un modo di nutrire il bambino ma a una relazione complessa e agli effetti che essa può avere sullo sviluppo cognitivo e psicomotorio, sul comportamento e sul benessere psicologico del bambino che cresce; effetti che si riflettono positivamente sia sulla madre sia sulla società.

Esistono diverse ricerche che sembrano dimostrare l’esistenza di una correlazione positiva fra una maggiore durata dell’allattamento e un miglioramento della memoria, delle prestazioni motorie e delle abilità linguistiche del bambino. Secondo un recente studio pubblicato su un’autorevole rivista medica, più a lungo i bambini vengono allattati, maggiori sono le probabilità che realizzino il loro potenziale genetico, diventando adulti istruiti e con buone possibilità di inserimento sociale. L’allattamento ha un impatto positivo anche sulla modulazione del temperamento del bambino.

L’allattamento è una relazione intima e solo può dipende la durata e la fine e quando sarà arrivato il momento di trasformarla in qualcosa di diverso.

Il bambino, cresciuto in un ambiente sicuro, è del tutto competente, e quando sarà pronto potrà, senza difficoltà e per gradi, diventare autonomo. Allo stesso modo, ogni mamma, in un contesto familiare sereno e positivo, è perfettamente capace di accompagnare il piccolo verso il distacco. Lasciamo quindi che gestiscano con serenità il loro legame unico e irripetibile.

Non esistono formule magiche per la crescita dei nostri figli, attendere che il bambino dia i migliori frutti solo nel momento in cui è pronto a farlo.

Questa è la più importante scoperta delle neuroscienze.

Se qualcuno vi suggerisce di smettere, citate le fonti scientifiche, nessuno avrà più il coraggio di proferir parola.

La spiritualità nei bambini. Un soffio di magia

Approfondire argomenti come la spiritualità nei bambini è molto complesso in un mondo fatto di esclusiva concretezza.

L’intelligenza esistenziale come la definiva Gardner è un’abilità che si riferisce alla spiritualità e ci permette di connetterci agli altri.

Nessuno può trascurare questo aspetto.

Già Maria Montessori nell’osservare il comportamento del bambino, vi scopre una parte interna che non si rende visibile e che chiama “maestro interiore”, che guida le sue azioni esterne “infaticabilmente, in gioia e felicità, secondo un preciso programma, allo scopo di costruire l’uomo adulto”.

Il maestro interiore, portando con sé un disegno del suo sviluppo psichico, dà al bambino le direttive ad esso connesse, affinché egli possa rispondere in modo attivo e partecipe alla formazione di se stesso.

Educare alla vita interiore significa pertanto prendersi cura di questo maestro interiore, dal momento che “il misterioso sviluppo interiore è notevole, la corrispondente manifestazione esterna è minima; vi è quindi un’evidente grande sproporzione fra l’attività della vita interiore e le possibilità di espressione esterna”. Gli esercizi di vita spirituale escogitati dalla Montessori hanno lo scopo di rendere visibile l’invisibile, coltivando le potenzialità del bambino e favorendone lo sviluppo personale ; si tratta di avviare un cammino di risveglio che dura tutta la vita, perché il mondo invisibile dello spirito ha bisogno di molto tempo e di varie occasioni per manifestarsi in modo sempre più compiuto nel mondo visibile. L’ “embrione spirituale” per costruire l’uomo adulto ha bisogno di un ambiente “ricco di nutrimento” che incoraggi il passaggio dall’inconsapevolezza alla consapevolezza, dalle attività inconsce all’attenzione: “la polarizzazione dell’attenzione su un oggetto” – dice Montessori – fa scattare la trasformazione del bambino il quale mostra qualità interiori straordinarie che ricordano “i fenomeni di coscienza più alti, come quelli della conversione”.

Il bambino è un uomo, una persona, l’essenza dell’uomo unico e irreperibile, creativo, capace, potenzialmente intelligente, auto poetico in costruzione: un bambino che si forma da sé.

Fu Maria Montessori a parlare di “embrione spirituale” quel periodo formativo post-Natale compreso tra l’embrione fisico e l’età adulta. È un lasso di tempo che va dai primi mesi di gravidanza all’età adulta(dopo l’adolescenza). Si chiama embrione perché percorre le stesse tappe dell’embrione fisico.

Prendersi cura della dimensione spirituale vuol dire aiutare a fiorire, non solo un tipo di sensibilità, ma anche un tipo d’intelligenza che aiuta a trovare un proprio posto nel mondo.

Socievoli, come e quando? Socializzare senza pretese

La socializzazione umana è un processo di trasmissione culturale, un complesso meccanismo di codici che, proprio perché complesso, allo stesso modo può ritenersi delicatissimo.

Quante volte abbiamo potuto udire, rivolte ad un bambino, l’esortazioni:

“Gioca con Pierino, con Francesco, con Giacomino”

ripetute fino allo sfinimento, e con la stessa enfasi irriguardosa, udire ancora quelle altre, ma rivolte al genitore:

“Ha bisogno di stare con altri bambini. Sta troppo con gli adulti. Spediscilo a scuola”.

L’immancabile sentenza, che cala come una mannaia:

“Non sa socializzare con gli altri”.

Quante mamme allora si saranno chieste quale sia il momento giusto per farli socializzare.

È doveroso ricordare che nei primi anni di vita, la famiglia rappresenta l’unico ambiente che il bambino conosce realmente. Questo nucleo è per lui la prima forma di società con cui entra a stretto contatto e dove avviene la sua prima esperienza di socializzazione.
Un passaggio delicato, che a seconda di come noi adulti lo imbastiremo condizionerà il rapporto che il bambino avrà nei confronti del mondo e della vita.

Solo la mamma e il papà potranno contribuire a rendere il loro bambino sicuro e protetto, offrendo tutta l’attenzione dovuta fin dall’inizio.

La socializzazione è un processo spontaneo e come tale non c’è una data ben precisa in cui è doveroso giocare con gli altri. Ogni bambino poi, ha i suoi tempi, e creare pressioni può rischiare solo di ottenere l’effetto contrario.

-Rispetta sempre i suoi tempi e ricorda che ancora tra i 2 e i 3 anni, i bambini sono più legati al gioco con gli oggetti che al gioco con i coetanei. Stimolalo con attività che possano coinvolgere altri bambini, senza però forzarlo. Prediligi attività all’aria aperta, laddove l’incontro non sia condizionato bensì spontaneo-.

L’adulto può fare la propria parte costruendo le basi perché ciò avvenga, partendo anche dal gioco condiviso.

-Rispetta le sue regole e alterna le tue. In questo modo il tuo bambino, egocentrico per natura, si abituerà a mediare tra i diversi modi di stare insieme-.

Non ci si deve preoccupare se a due o tre anni, appunto, un bimbo non cooperi ancora, poiché a questa età è difficile che si instauri un meccanismo di gioco comune.

L’interazione nel gioco va favorita, certamente, ma l’adulto non imponga la socializzazione contro ogni volontà.

Concludiamo allora ammettendo che la pretesa, del dover a tutti i costi aver a che fare con Giacomino, se non si è pronti ad affrontarla, è una scorrettezza bella e buona.

Il coraggio di essere eroi. Empatia e legalità

I genitori sono creatori di primissime esperienze. L’influenza di tali cognizioni modellerà la mente dei propri figli, e nella medesima misura cambierà anche loro stessi in quanto, appunto, creatori.

L’apprendimento sappiamo avvenire tramite l’osservazione dei comportamenti.

Le parole, da sole, non bastano.

I bambini acquisiscono quelli che sono i nostri valori vivendo le nostre esperienze, e non semplicemente udendo ciò che diciamo loro. Osservando ogni nostra espressione, e riproponendola in modelli similari, imparano la maniera di stare al mondo. 

Se desiderate che i vostri bambini crescano comprensivi e tolleranti, ad esempio, capaci di prendersi cura di sé stessi e degli altri, bisognerà che favoriate in loro lo svilupparsi di empatia. 

Come conseguire tale scopo? 


Le indicazioni tecniche possono certo essere utili ma non per questo determinanti. Ciò che occorre è che impariate prima voi, attraverso sempre differenti modelli, che possano stimolare i bambini all’apprendimento e alla successiva riproposizione.

Questi modelli, sempre vari a seconda dei contesti e dei momenti, nascono dalla capacità di essere comprensivi e indulgenti verso se stessi.

Un atteggiamento rassicurante è già un primo passo nel processo che porta i bambini a riconoscersi ed essere consapevoli. 

L’autoconsapevolezza adulta porta ad essere più responsabili nell’agire educativo. 

Ma come le nostre percezioni e la nostra conoscenza del mondo promuovono l’empatia?

Le emozioni hanno una loro sapienza.

L’educazione all’affettività (anche attraverso strumenti espressivi come la recitazione) può alimentare nei bambini la capacità di comprendere la propria vita interiore e quella altrui. Il coinvolgimento in giochi come il “far finta che” esprime e denomina le emozioni, e quale ruolo queste assumano sul comportamento.

Per capire l’altro, o ancora meglio nel “metterci nei suoi panni”, dobbiamo essere consapevoli delle nostre esperienze interiori.

Se sapremo muoverci nel nostro mondo interiore, potremo anche immaginare quello degli altri. 

Il senso di appartenenza alla realtà civile e il recupero di una cittadinanza attiva, di una democrazia partecipata, non possono disgiungersi dal recupero delle proprie emozioni come capacità empatica.

Parlare ai bambini giova alla scoperta della propria interiorità, ma ciò che afferma la consapevolezza del sé è l’immagine che la accompagna. Ecco, dunque, la ricetta efficace.

Diamo un nome alle emozioni esplicitandone il significato. Creiamo esperienza.

L’entrare in sintonia con se stessi e con la realtà circostante arricchisce la nostra vita ed il mondo che viviamo.

Poter apprendere valori sociali e umani, interiorizzarli e ancora esprimerli, praticarli, porli in esempio costante affinché divengano forti abbastanza da poter divenire interferenza a quel comune consenso sociale di cui godono le organizzazioni criminali, destrutturarne i paradossi culturali del fenomeno mafioso, è la più alta forma di creazione che spetta ai genitori.

Solo chi ha imparato a non voltarsi dall’altra parte di fronte alle prepotenze, a non tacere per paura, contribuirà a modellare l’apprendimento alla morale civile, all’empatia nei confronti della giustizia e dell’onestà, e a riconoscere il merito ai grandi uomini di questa terra, uomini che sacrificarono la loro vita perché la legalità imperasse.

L’indignazione è un’emozione, e va insegnata. Contro l’indifferenza, l’indignazione è creazione di esperienza.

Indignarsi per la mancanza rispetto verso chi non ha cura di te e della strada che attraversi è un insegnamento che tutti dovrebbero esprimere e insegnare. Indignarsi è la cura all’indifferenza che non va permessa.

La promessa che faccio a mio figlio oggi è quella di renderlo un uomo libero, libero di indignarsi e lottare contro la paura che spesso dimora nell’animo umano; di essere, un giorno, egli stesso un libero creatore.

“Perché l’olio è verde?”

Questa, e infinite altre domande, infiniti e altri “perché”, rappresentano l’espressione

verbale a quella fase di sviluppo cognitivo nella quale emergono curiosità e interrogativi. Inizia, indicativamente, attorno ai due o tre anni, per divenire col tempo un fiume in piena di quesiti ai quali non sempre siamo in grado, noi genitori, di trovare risposta.

Il primo “perché” del mio bambino interessò il colore verde dell’olio. Un interrogativo che parve ammettere una facile replica, ma così non fu.

Ancora attorno ai cinque anni, nei bambini, spiegazioni razionali o intellettuali non sono di facile comprensione, e la regola della logica o della ragione è spesso insoddisfacente.

Seguono, dunque, fiumi di “perché”, fino a quando il bambino non avrà soddisfatto la propria curiosità, o riterrà adeguata una fra le molte risposte. Ecco che il genitore, o l’adulto in genere, abbisogna di quella chiarezza semplificativa che lo avvicini al bambino, restituendogli, ad esempio, un ulteriore quesito che lo aiuti ad attivare e accrescere la propria capacità di ragionamento.

“Perché l’olio è verde?”

“Tu sai da cosa è fatto l’olio?”

“Da cosa è fatto?”

“Da una spremuta di olive. E di che colore sono le olive?”

“VERDI!”

“Ecco; l’olio è verde perché è fatto con le olive.”

…. … “Perché le olive sono verdi?”. …

Il tuo bimbo ha già iniziato la fase dei “perché”? Qual è stato il “perché” più curioso? Scrivilo qui sui commenti.

Di Marianna Guerrazzi

La creatività non ha margini.

Oggi, dopo che Hervé Tullet, l’artista autore e illustratore di letteratura per bambini francese, con il suo appello a voler fare delle nostre case delle gallerie d’arte con i lavori dei bambini, per stimolarne la creatività in maniera sana e rispettosa, mi sono chiesta (ancora una volta) dove stia andando la nostra scuola, e nello specifico quella dei più piccoli.

Osservo, e ascolto, che alla scuola dell’infanzia come al nido, è demandato il compito di proporre e somministrare ai bambini schede precostituite, da colorare entro margini che appaiono come confini. Confini che non contemplano le spontaneità, le creatività, le libere espressioni, le fantasie di quella complessa arte che è l’essere bambini.

Quello che occorre ad un bambino è l’esperienza viva.

Chiediamoci dunque cosa possa provare un bambino posto difronte a una scheda che tutto contempla, meno sé stesso e ogni altro suo sentire.

Immagino dell’avvilimento, della costrizione se, e sopratutto quando, le consegne rappresentate sono estremamente rigide, gli oggetti poco comuni o mai esplorati. Meglio sarebbe condurli in giardino, fotografare con gli occhi un cesto di castagne dopo averle raccolte, provare a sentire che effetto fa un riccio toccandolo con la propria manina; sviluppare e mettere in ordine, restituendone la consequenzialità del tempo che scorre, dunque della stagione che passa e dopo, solo dopo, chiedere a questi piccoli esploratori di farsi artisti, mettere in arte le proprie scoperte, liberamente.

A chi e a che cosa serva il “margine”, non è certo abilità rivolta al bambino o all’arte nel bambino.

Il “margine”, il “confine” alimenta il genitore ed il seme della competitività, dell’idea erronea che il non trasbordare oltre rappresenti una competenza da restituire al bambino in sorrisi ed esclamazioni di compiacimento. Ma la verità è che forse non serve a nessuno.

La prescolarizzazione, se precoce o forzata, non è mai un bene.

Il bambino ha dalla sua parte il tempo. Ecco che vivere, fare esperienza attraverso sé stesso, senza risparmiarsi, fuori da percorsi battuti, da margini e confini, rappresenta ancora l’essenza dell’essere.

Tullet dice ancora che il diritto ad annoiarsi, ad arrovellare i pollici, è un sano momento dopo il quale ripartire e scoprire il mondo.

Lasciamo dunque che i bambini siano liberi di esplorare una formica, perché è da quella che impareranno la laboriosità, il percorso, il margine, e non da una scheda inanimata che regala a noi adulti attimi di silenzio irreali.