Articoli

Perché Homeschooling ?Una filosofia di vita.

In Italia la legge prevede la possibilità per le famiglie di provvedere direttamente all’educazione, istruzione, formazione dei propri figli, senza cioè che questi ultimi frequentino una scuola.

Il quadro normativo di riferimento si rifà agli articoli 30 e 34 della nostra Costituzione, le leggi n. 104 art. 12 comma 9 del 05/02/92 e n. 296 art. 1 comma 622 del 27/12/2006, nonché i decreti legislativi n. 297 art. 111 comma 2 del 16/04/1994, n. 76 art. 1 comma 4 del 25/04/2005, n. 62 art. 23 del 13/04/2017, e il decreto ministeriale n. 489 art. 2 comma 9 del 13/12/2001

È una scelta importante quella di non delegare a nessuna istituzione la formazione dei propri figli. Essa coinvolge la vita di tutta la famiglia e prevede, a cascata, una serie di decisioni e chiamate in causa di tutti i membri del nucleo familiare. Questo perché l’educazione parentale o Homeschooling è prima di tutto una scelta di vita, una particolare visione della società, della genitorialità, di cosa voglia dire formazione e cultura.

Decidere di dedicarsi all’educazione parentale, perché si hanno riserve e critiche verso il sistema scolastico, non può essere, a mio avviso, il motore della scelta.

L’homeschooling mette radici sane a partire da una visione positiva e coinvolgente della vita familiare, una visione originale legata al tipo di educazione scelta, a modelli di riferimento creativi e flessibili, non a rigide visioni che individuano nella scuola l’origine di tutti i mali.

Esistono molti modi, infatti, di declinare l’homeschooling, alcuni di questi coinvolgono anche, lì dove è possibile, la scuola, soprattutto per la fascia di età 0-6.

Educazione parentale non vuol dire fare da istitutori o istitutrici ai propri figli, insegnare loro a leggere, scrivere e fare di conto, come si diceva un tempo, applicando lo stesso ritmo della scuola. Significa piuttosto guardare alla vita, in tutte le sue sfaccettature, come ad una imperdibile opportunità per imparare a vivere, appunto. Significa assecondare le curiosità, le predisposizioni, i talenti dei propri figli, prendendosi in prima persona la responsabilità di farli crescere secondo la loro unicità.
Certo, dovranno di anno in anno, dalle elementari al diploma di scuola secondaria di secondo grado, affrontare da esterni degli esami per veder riconosciuto il percorso fatto, ma quegli obiettivi saranno solo una parte del cammino compiuto, raggiunto comunque in modo del tutto personale.

Si potranno prediligere le lingue o l’arte o la matematica, a seconda delle predisposizioni di ciascuno. Si potranno anche mettere insieme più bambini o ragazzi se si trovano famiglie con le quali condividere un progetto.

Ogni cosa che accade durante la giornata potrà essere il punto di partenza di un percorso formativo, soprattutto se fin dalla primissima infanzia le domande dei piccoli saranno state prese sul serio: “Perché piove?”, “Perché la lavatrice gira?”, “Perché le zanzare pungono?”, “Perché le lacrime sono salate?”. Se prendessimo sul serio questi quesiti e la costruzione delle risposte, avremmo già soddisfatto buona parte delle programmazioni ministeriali riguardanti l’ambito scientifico!
Ma soprattutto avremmo sostenuto e alimentato quella curiosità che sta alla base di tutti i saperi.

Non è un percorso semplice. E le domande che sorgono sono moltissime. A far più chiarezza, due dei maggiori siti italiani sull’argomento http://www.edupar.it e http://www.laifitalia.it

Homeschooling non vuol dire tagliare le gambe alla socializzazione dei nostri figli e non corrisponde al desiderio di tenerli al sicuro nel nido il più a lungo possibile, anzi! Si tratta di ripensare completamente il proprio stile di vita familiare mettendosi costantemente in discussione.

Articolo scritto in collaborazione con Giulia Lo Porto.

La pedagogia Montessori . La scelta della scuola

Negli ultimi tempi sembra esserci una vera e propria gara per accaparrarsi il nome di Maria Montessori, per la propria scuola, per i giochi, le attività, gli arredi delle camerette. Sembra essere diventato un marchio.

Ma la figura di Maria Montessori è una figura complessa e la sua filosofia, la sua pedagogia e il suo metodo vanno molto oltre una questione di mercato.

La formazione Maria Montessori l’ha portata ad avere attenzione verso lo sviluppo psico-fisico del bambino, osservando le fasi della sua vita.

L’adulto si è sempre preso il merito di essere costruttore dello sviluppo del bambino, come se fosse un vaso da riempire, senza pensare che il bambino ha grandi potenzialità dentro di sé.

Il primo consiglio a chi fosse interessato alla sua pedagogia è quello di leggere almeno le linee fondamentali della sua biografia. Aiuterà a capirne la tenacia, la potenza delle intuizioni, l’audacia, la capacità di visione, il coraggio. Perfino i suoi errori e la storia travagliata della sua maternità saranno utili per capirne il metodo.

Mandare i propri figli in una scuola con metodo Montessori è una scelta saggia, ma serve una consapevolezza importante: la filosofia Montessori deve abbracciare ogni aspetto della vita del bambino, anche a casa. E questo non perché si devono per forza comprare una particolare tipologia di giocattoli o ingegnarsi per fare travasi o fare dormire i bimbi per terra, ma perché la rivoluzione di Maria Montessori sta nello sguardo con il quale si guarda il bambino. Il bambino è il maestro.

La sua voce interiore lo guida verso le esperienze che faranno di lui una persona forte e libera, capace di uno sguardo sano su di sé e sul mondo. L’adulto è un facilitatore di questo processo. A lui il compito di preparare un ambiente che consenta al bambino di assecondare i periodi di sviluppo legati, in ogni fase della crescita, allo sviluppo motorio e del linguaggio.

Nel periodo dai tre ai sei anni c’è una coscienza del bambino molto più chiara. Il lavoro che compie il bambino è quello di impiegare al meglio le proprie potenzialità e perfezionare le conoscenze e competenze.

Per questo quando si sceglie una scuola che si definisce “Montessori” oltre all’ambiente e ai materiali bisogna fare attenzione al modo in cui gli adulti educatori si rapportano ai bambini. Perché se l’adulto è invadente, suggerisce le attività, corregge continuamente, se pensa di sapere cosa il bambino vuole prima di chiederlo al bambino allora…bisogna cercare ancora. Ma senza mai scoraggiarsi.

La ricerca della scuola che più si avvicina a quel che desideriamo per i nostri figli non è facile. Lì dove i nostri bambini sono osservati per essere compresi, con estremo rispetto e lasciati liberi di scegliere quel di cui hanno bisogno, la filosofia Montessori può portare i suoi frutti che sono frutto di libertà e di pace.

Il motore dello sviluppo di tutto è : l’indipendenza.

Avete mai pensato o visitato una scuola Montessori?

Raccontateci la vostra esperienza.

Nutrire e nutrirsi. Le chiacchiere in tema di allattamento prolungato.

A volte l’inizio dell’allattamento è impegnativo e faticoso, quando finalmente la strada sembra in discesa intorno alla mamma si crea un coro di ammirazione e sostegno.

Il bimbo cresce, supera i 6 mesi, è arrivato il tempo di iniziare a sperimentare il cibo fuori dalle poppate… E così cominciano a insinuarsi in una neo-mamma i primi dubbi: fino a quando è giusto continuare ad allattarla? Quando è il momento di “svezzarla”? A questo punto, non di rado, la mamma deve scontrarsi con le critiche e la disapprovazione delle persone che la circondano che però notate bene non hanno nessun fondamento scientifico, si fondano solo su constatazioni personali, con l’unico obiettivo insinuare nelle mamme senso di inadeguatezza alle risposte continue che il bambino la sottopone!

L’OMS, e tutte le organizzazioni scientifiche di settore raccomandano l’allattamento per due anni e oltre, finché mamma e bambino lo desiderano: nella nostra società, una donna che decide di continuare ad allattare un bimbo oltre l’anno incorre in una serie infinita di critiche: “Lo allatti ancora? Ormai è ormai grande!», oppure: «Il tuo latte non ha più sostanza”.

Il distacco e autonomia diventano dunque sinonimi.

I dubbi principali ruotano proprio attorno allo sviluppo psicologico del bambino: «Lo stai viziando, crescerà mammone!», e anche se non te lo dicono, lo pensano.

Nessuno però è pronto ad elencare gli effetto benefici sul bambino…

Quando parliamo di allattamento non ci riferiamo soltanto a un modo di nutrire il bambino ma a una relazione complessa e agli effetti che essa può avere sullo sviluppo cognitivo e psicomotorio, sul comportamento e sul benessere psicologico del bambino che cresce; effetti che si riflettono positivamente sia sulla madre sia sulla società.

Esistono diverse ricerche che sembrano dimostrare l’esistenza di una correlazione positiva fra una maggiore durata dell’allattamento e un miglioramento della memoria, delle prestazioni motorie e delle abilità linguistiche del bambino. Secondo un recente studio pubblicato su un’autorevole rivista medica, più a lungo i bambini vengono allattati, maggiori sono le probabilità che realizzino il loro potenziale genetico, diventando adulti istruiti e con buone possibilità di inserimento sociale. L’allattamento ha un impatto positivo anche sulla modulazione del temperamento del bambino.

L’allattamento è una relazione intima e solo può dipende la durata e la fine e quando sarà arrivato il momento di trasformarla in qualcosa di diverso.

Il bambino, cresciuto in un ambiente sicuro, è del tutto competente, e quando sarà pronto potrà, senza difficoltà e per gradi, diventare autonomo. Allo stesso modo, ogni mamma, in un contesto familiare sereno e positivo, è perfettamente capace di accompagnare il piccolo verso il distacco. Lasciamo quindi che gestiscano con serenità il loro legame unico e irripetibile.

Non esistono formule magiche per la crescita dei nostri figli, attendere che il bambino dia i migliori frutti solo nel momento in cui è pronto a farlo.

Questa è la più importante scoperta delle neuroscienze.

Se qualcuno vi suggerisce di smettere, citate le fonti scientifiche, nessuno avrà più il coraggio di proferir parola.

La spiritualità nei bambini. Un soffio di magia

Approfondire argomenti come la spiritualità nei bambini è molto complesso in un mondo fatto di esclusiva concretezza.

L’intelligenza esistenziale come la definiva Gardner è un’abilità che si riferisce alla spiritualità e ci permette di connetterci agli altri.

Nessuno può trascurare questo aspetto.

Già Maria Montessori nell’osservare il comportamento del bambino, vi scopre una parte interna che non si rende visibile e che chiama “maestro interiore”, che guida le sue azioni esterne “infaticabilmente, in gioia e felicità, secondo un preciso programma, allo scopo di costruire l’uomo adulto”.

Il maestro interiore, portando con sé un disegno del suo sviluppo psichico, dà al bambino le direttive ad esso connesse, affinché egli possa rispondere in modo attivo e partecipe alla formazione di se stesso.

Educare alla vita interiore significa pertanto prendersi cura di questo maestro interiore, dal momento che “il misterioso sviluppo interiore è notevole, la corrispondente manifestazione esterna è minima; vi è quindi un’evidente grande sproporzione fra l’attività della vita interiore e le possibilità di espressione esterna”. Gli esercizi di vita spirituale escogitati dalla Montessori hanno lo scopo di rendere visibile l’invisibile, coltivando le potenzialità del bambino e favorendone lo sviluppo personale ; si tratta di avviare un cammino di risveglio che dura tutta la vita, perché il mondo invisibile dello spirito ha bisogno di molto tempo e di varie occasioni per manifestarsi in modo sempre più compiuto nel mondo visibile. L’ “embrione spirituale” per costruire l’uomo adulto ha bisogno di un ambiente “ricco di nutrimento” che incoraggi il passaggio dall’inconsapevolezza alla consapevolezza, dalle attività inconsce all’attenzione: “la polarizzazione dell’attenzione su un oggetto” – dice Montessori – fa scattare la trasformazione del bambino il quale mostra qualità interiori straordinarie che ricordano “i fenomeni di coscienza più alti, come quelli della conversione”.

Il bambino è un uomo, una persona, l’essenza dell’uomo unico e irreperibile, creativo, capace, potenzialmente intelligente, auto poetico in costruzione: un bambino che si forma da sé.

Fu Maria Montessori a parlare di “embrione spirituale” quel periodo formativo post-Natale compreso tra l’embrione fisico e l’età adulta. È un lasso di tempo che va dai primi mesi di gravidanza all’età adulta(dopo l’adolescenza). Si chiama embrione perché percorre le stesse tappe dell’embrione fisico.

Prendersi cura della dimensione spirituale vuol dire aiutare a fiorire, non solo un tipo di sensibilità, ma anche un tipo d’intelligenza che aiuta a trovare un proprio posto nel mondo.

Socievoli, come e quando? Socializzare senza pretese

La socializzazione umana è un processo di trasmissione culturale, un complesso meccanismo di codici che, proprio perché complesso, allo stesso modo può ritenersi delicatissimo.

Quante volte abbiamo potuto udire, rivolte ad un bambino, l’esortazioni:

“Gioca con Pierino, con Francesco, con Giacomino”

ripetute fino allo sfinimento, e con la stessa enfasi irriguardosa, udire ancora quelle altre, ma rivolte al genitore:

“Ha bisogno di stare con altri bambini. Sta troppo con gli adulti. Spediscilo a scuola”.

L’immancabile sentenza, che cala come una mannaia:

“Non sa socializzare con gli altri”.

Quante mamme allora si saranno chieste quale sia il momento giusto per farli socializzare.

È doveroso ricordare che nei primi anni di vita, la famiglia rappresenta l’unico ambiente che il bambino conosce realmente. Questo nucleo è per lui la prima forma di società con cui entra a stretto contatto e dove avviene la sua prima esperienza di socializzazione.
Un passaggio delicato, che a seconda di come noi adulti lo imbastiremo condizionerà il rapporto che il bambino avrà nei confronti del mondo e della vita.

Solo la mamma e il papà potranno contribuire a rendere il loro bambino sicuro e protetto, offrendo tutta l’attenzione dovuta fin dall’inizio.

La socializzazione è un processo spontaneo e come tale non c’è una data ben precisa in cui è doveroso giocare con gli altri. Ogni bambino poi, ha i suoi tempi, e creare pressioni può rischiare solo di ottenere l’effetto contrario.

-Rispetta sempre i suoi tempi e ricorda che ancora tra i 2 e i 3 anni, i bambini sono più legati al gioco con gli oggetti che al gioco con i coetanei. Stimolalo con attività che possano coinvolgere altri bambini, senza però forzarlo. Prediligi attività all’aria aperta, laddove l’incontro non sia condizionato bensì spontaneo-.

L’adulto può fare la propria parte costruendo le basi perché ciò avvenga, partendo anche dal gioco condiviso.

-Rispetta le sue regole e alterna le tue. In questo modo il tuo bambino, egocentrico per natura, si abituerà a mediare tra i diversi modi di stare insieme-.

Non ci si deve preoccupare se a due o tre anni, appunto, un bimbo non cooperi ancora, poiché a questa età è difficile che si instauri un meccanismo di gioco comune.

L’interazione nel gioco va favorita, certamente, ma l’adulto non imponga la socializzazione contro ogni volontà.

Concludiamo allora ammettendo che la pretesa, del dover a tutti i costi aver a che fare con Giacomino, se non si è pronti ad affrontarla, è una scorrettezza bella e buona.

Il ricatto affettivo. La congiunzione ipotetica

Accade spesso che nei confronti dei bambini nasca quello che definirei, da parte dell’adulto, un “gioco di potere”.

È quel se ipotetico, quel ricatto morale o affettivo o di volontà dal quale bisogna rifuggire, fermarsi.

“Se starai buono, ti porterò al parco”, “Se farai come dico, avrai i tuoi giochi”, “Se non mi dai un bacio, non ti vorrò più bene”.

Dietro frasi come queste non emerge nessuna sana relazione affettiva.

Il ricatto emotivo nei confronti dei bambini è una forma di manipolazione che preclude ogni possibilità di scelta.

Purtroppo è una pratica molto comune impiegata quotidianamente nell’educazione di molti bambini.

La leva che muove l’ubbidienza è il senso di colpa, la minaccia, o l’ottenimento di un bene che però ha un prezzo.

Il ricatto è una forma di manipolazione che viene appresa come comportamento, e i bambini possono quindi avvalersene fin da subito o nel futuro che li aspetta. Diverrà anzi una certezza relazionare; la principale modalità d’ottenimento e l’idea che valga anche con i sentimenti.

Dire ai propri figli, attraverso i sé ipotetici, cosa fare e come farlo, riduce al minimo le loro capacità decisionali, creando le condizioni perfette affinché si ribellino e non possano raggiungere una propria indipendenza.

Il ricatto emotivo nei confronti dei bambini è una forma di manipolazione che preclude ogni possibilità di scelta. Forse ci obbediranno, ma probabilmente questa strategia ben presto perderà di efficacia e ci si ritorcerà contro, o peggio, come dicavamo prima, diverrà parte del loro percepire il mondo.

Da un ricatto difficilmente potrà nascere qualcosa di positivo; è piuttosto possibile che i bambini maturino un risentimento a cui non sapranno dare una spiegazione, destinato ad aumentare col passare del tempo.

I bambini sono in grado di capire quando qualcuno cerca di manipolarli molto prima di quanto ci piaccia credere. E a nessuno piace essere manipolato. Proprio per questo potrebbero iniziare a considerare le persone che li ricattano come una minaccia, individui con cui non vogliono avere niente a che fare perché non trasmettono loro sensazioni positive.

Questa non è la strada per un sano percorso educativo.

Ricordiamo che il motore che muove il mondo fonda sull’affettività.

Possiamo aiutare i bambini e noi stessi ad osservare il mondo partecipando in maniera attiva, raccontando loro le conseguenze delle azioni, la causa-effetto di ogni agire, anche e soprattutto quella legata alle emozioni altrui. Sperimentare fa parte del processo evolutivo dei bambini.

Aiutiamoli a comprendere da soli con la chiarezza dovuta.

“Vorrei un bacio da te, perché io e te ci vogliamo bene”.

I “capricci”esistono per davvero?

Il capriccio è un argomento molto dibattuto. Ma esiste poi davvero il capriccio?

Quante volte ci è capitato di assistere a scene di bambini piangenti, urlanti e saltellanti come se il mondo avesse fatto loro la più grossa delle crudeltà?

Iniziamo dicendo che è un comportamento fisiologico che si manifesta sopratutto nei bambini al di sotto dei tre anni.

I bambini in questa fase vivono un turbinio di emozioni che faticano a gestire o comprendere.

Il capriccio può essere però senza dubbio definito, fra i comportamenti fisiologici, una vera e propria crisi di rabbia.

Risulta essere più intenso quanto più si è vicini al diciottesimo mese di vita, per pian piano perdere di intensità verso i tre anni e mezzo.

In questo momento evolutivo, il bambino inizia a individuarsi, raggiungendo una consapevolezza di sé maggiore, differenziandosi dall’altro. Acquisisce una nuova contezza, sia fisica che mentale, imponendo il proprio volere, contrapponendolo in difesa delle proprie ragioni.

Non stiamo parlando, come erroneamente accade, di manipolazione dell’adulto; semplicemente, questi esercita la propria autonomia, sperimentandola attraverso i no e le opposizioni, facendo in modo che vada delineando la propria personalità.

Non possiamo immaginare un percorso differente per la creazione di personalità se non attraverso l’opposizione e la messa in discussione.

Il bambino ha diritto di opporsi, e l’adulto non può far altro che accogliere questa sua opposizione, restituendo il senso del “Comprendo che adesso non hai voglia di fare questa determinata cosa, ma dobbiamo proprio farla”.

In questo modo preserviamo la capacità del bambino di dire no, affermandosi nel percorso di crescita.

Gli adulti incapaci a dire di no, non furono bambini educati in tal senso.

Preservare nel bambino questa capacità, considerandola da una giusta posizione, aiuta anche noi adulti a non porre questa opposizione su di un piano personale.

Capita di non sentirsi ascoltati dal bambino, che fa dunque “ciò che vuole”, ma questo rimando riguarda la nostra vita interiore e non il bambino opponente. Pretendere di risanare le nostre ferite attraverso un atteggiamento accondiscendente da parte del bambino, comporta una sottrazione di personalità, una elemosina d’amore: asseconderà il nostro desiderio, il nostro imperativo, pur di ricevere l’amore che da noi soli può giungere, a discapito di sé stesso e del suo sentire.

Se poi si pretende che attraverso il bambino accondiscendete si possa affermare una qualunque capacità genitoriale, si vuol caricare il bambino di una forte responsabilitá che non gli compete.

Invece, sarà compito dell’adulto, genitore/educatore, valutare se e quando un no possa essere assecondato o meno, o altrimenti aiutato a comprendere che quella determinata cosa non va proprio fatta, per la sua sicurezza (dare la mano attraversando la strada) o per educazione (non spingere il compagno di giochi).

Durante una crisi di rabbia il bambino si disgrega, fatica tenere assieme le parti di sé. Il dolore che prova è reale, non avendo la capacità di gestire da solo questo stato emotivo.

Il bambino, in età prescolare, non avendo ancora sviluppato altre capacità cognitive, sociali, relazionali, tende a manifestare le proprie espressioni di rabbia a livelli molto primordiali. Ciò accade soprattutto in famiglia, perché è l’ambiente che percepisce fiducioso alle relazioni.

Crescendo, e con l’acquisizione di competenze anche linguistiche, il bambino inizierà a spiegare ciò che sente e prova, e sarà più semplice per lui dare un senso alle cose che gli accadono attorno.

Nella gestione di queste crisi è buona regola il prevenirle. Osservare il proprio bambino, cercare di individuare quali sono le circostanze che possano scatenare certe situazioni, questo vi aiuterà certamente a farne fronte. Molto spesso le crisi avvengono quando un bambino è stanco o stressato, quando è stato esposto a troppi stimoli; ecco allora che ridimensionando l’ambiente, gli stimoli, le necessità fisiche come il sonno o la quiete, permetterà un controllo efficace alle emozioni, dal bambino altrimenti ingovernabili.

E quando ormai la crisi è innescata, è utile supportare il bambino attraverso il rispecchiamento emotivo: “So che vorresti continuare a giocare, ma adesso è ora di andare a riposare”.

Sostenerlo emotivamente lo aiuterà a calmarsi, così come lo stargli vicino, affinché il piccolo non si senta lasciato solo in un momento di grande bisogno, anche se la regola o la negazione è dettata da noi stessi. Essere dunque compreso, accettato ed amato in modo incondizionato, dirà al bambino che l’amore dei genitori è più forte e potente delle intense sue emozioni, ma anche che il momento va affrontato, e possibilmente accettato, perché è altro dal rapporto che intercorre fra i soggetti.

“Quando rispecchiate i sentimenti di un bambino diminuite l’intensità della sua rabbia, perché egli si sentirà soddisfatto nel sapere che è al centro della vostra attenzione, e che dunque è stato compreso.”  M.L. Brenner

Concludiamo dicendo che il capriccio in realtà non esiste; è solo un messaggio, comunicato a noi adulti, di aiuto e supporto e sostegno, di attenzione.

È desiderio di essere visti e compresi.

Ricordiamoci, come abbiamo detto all’inizio, che il capriccio è un processo fisiologico che non durerà per sempre, è che come lo affronterà, e cosa riuscirá ad apprendere, dipenderà molto da noi adulti.

Il coraggio di essere eroi. Empatia e legalità

I genitori sono creatori di primissime esperienze. L’influenza di tali cognizioni modellerà la mente dei propri figli, e nella medesima misura cambierà anche loro stessi in quanto, appunto, creatori.

L’apprendimento sappiamo avvenire tramite l’osservazione dei comportamenti.

Le parole, da sole, non bastano.

I bambini acquisiscono quelli che sono i nostri valori vivendo le nostre esperienze, e non semplicemente udendo ciò che diciamo loro. Osservando ogni nostra espressione, e riproponendola in modelli similari, imparano la maniera di stare al mondo.

Se desiderate che i vostri bambini crescano comprensivi e tolleranti, ad esempio, capaci di prendersi cura di sé stessi e degli altri, bisognerà che favoriate in loro lo svilupparsi di empatia. 

Come conseguire tale scopo? 


Le indicazioni tecniche possono certo essere utili ma non per questo determinanti. Ciò che occorre è che impariate prima voi, attraverso sempre differenti modelli, che possano stimolare i bambini all’apprendimento e alla successiva riproposizione.

Questi modelli, sempre vari a seconda dei contesti e dei momenti, nascono dalla capacità di essere comprensivi e indulgenti verso se stessi.

Un atteggiamento rassicurante è già un primo passo nel processo che porta i bambini a riconoscersi ed essere consapevoli. 

L’autoconsapevolezza adulta porta ad essere più responsabili nell’agire educativo. 

Ma come le nostre percezioni e la nostra conoscenza del mondo promuovono l’empatia?

Le emozioni hanno una loro sapienza.

L’educazione all’affettività (anche attraverso strumenti espressivi come la recitazione) può alimentare nei bambini la capacità di comprendere la propria vita interiore e quella altrui. Il coinvolgimento in giochi come il “far finta che” esprime e denomina le emozioni, e quale ruolo queste assumano sul comportamento.

Per capire l’altro, o ancora meglio nel “metterci nei suoi panni”, dobbiamo essere consapevoli delle nostre esperienze interiori.

Se sapremo muoverci nel nostro mondo interiore, potremo anche immaginare quello degli altri.

Il senso di appartenenza alla realtà civile e il recupero di una cittadinanza attiva, di una democrazia partecipata, non possono disgiungersi dal recupero delle proprie emozioni come capacità empatica.

Parlare ai bambini giova alla scoperta della propria interiorità, ma ciò che afferma la consapevolezza del sé è l’immagine che la accompagna. Ecco, dunque, la ricetta efficace.

Diamo un nome alle emozioni esplicitandone il significato. Creiamo esperienza.

L’entrare in sintonia con se stessi e con la realtà circostante arricchisce la nostra vita ed il mondo che viviamo.

Poter apprendere valori sociali e umani, interiorizzarli e ancora esprimerli, praticarli, porli in esempio costante affinché divengano forti abbastanza da poter divenire interferenza a quel comune consenso sociale di cui godono le organizzazioni criminali, destrutturarne i paradossi culturali del fenomeno mafioso, è la più alta forma di creazione che spetta ai genitori.

Solo chi ha imparato a non voltarsi dall’altra parte di fronte alle prepotenze, a non tacere per paura, contribuirà a modellare l’apprendimento alla morale civile, all’empatia nei confronti della giustizia e dell’onestà, e a riconoscere il merito ai grandi uomini di questa terra, uomini che sacrificarono la loro vita perché la legalità imperasse.

L’indignazione è un’emozione, e va insegnata. Contro l’indifferenza, l’indignazione è creazione di esperienza.

Indignarsi per la mancanza rispetto verso chi non ha cura di te e della strada che attraversi è un insegnamento che tutti dovrebbero esprimere e insegnare. Indignarsi è la cura all’indifferenza che non va permessa.

La promessa che faccio a mio figlio oggi è quella di renderlo un uomo libero, libero di indignarsi e lottare contro la paura che spesso dimora nell’animo umano; di essere, un giorno, egli stesso un libero creatore.

La consapevolezza di essere padre, dubbi e certezze.

Quando mi venne chiesto di scrivere sulla figura del padre, immaginai dapprima un lavoro imponente, una analisi impersonale, una produzione letteraria inesauribile, che si ridusse poi alle righe che seguiranno. Mi ero detto che per scrivere con serietà sull’argomento, bisognava farne una indagine sociale e culturale vasta quanto il mondo, dettagliata e meticolosa, storica e geografica, dunque multiculturale. Non ho abbandonato l’idea del cimentarmi un giorno in tale impresa, ma io di mestiere faccio il marinaio e il poeta, non il saggista. Dirò soltanto che evocai dalla nostra parte, dalla parte del padre appunto, parole che appartennero, ahimè, al travagliato mondo delle donne, ma che sentii mie la notte stessa che nacque mio figlio. Parole necessarie, che accompagnarono la lotta alla parità politica e sociale ed economica delle donne, appunto; parole in salita, che con la loro forza livellarono il diritto a esser voce, una voce che scopriremo esser la più forte. Parole conquistatrici che su noi uomini, sulle nostre arroccate posizioni, ridiscendono oggidì la china donandoci un nuovo slancio, una ritrovata libertà e parità, un nuovo e più autentico modo di esser padre. Una rivoluzione insomma.

Possiamo affermare, invero, che cento anni di battaglie al femminile produssero un certame inverso e bellissimo, per noi gratuito e liberatorio. Abbiamo poco o nulla più da dimostrare, poco o nulla più di che mentire a noi stessi. Accudimento, nutrimento, tenerezza, amor palese, albergano al cuore dell’uomo che non ha dismesso la veste del padre, con tutto quello che ciò voglia significare, ma ne hanno arricchito per sempre il compito.

Personalmente ho provato, per un tempo infinito, un senso di colpa cosmica nell’avere attratto a me una coscienza che forse vagava libera nell’universo. Per un tempo infinito, mi sono chiesto da quale stella provenisse mio figlio. C’era un modo per ripagare le forze in gioco?E come espiare il dolore di sua madre che non potei dividere, condividere?

Forse, ancora cinquant’anni fa, non avrei avuto risposte o possibilità di riscatto. L’impossibilità nel poter mostrare al mondo la volontà d’accudimento mi sarebbe stata preclusa dal rispetto alla figura di uomo e di padre dettata dai canoni del tempo nei quali il solo duro lavoro ripagava ogni cosa. Non voglio certo affermare che non amassimo i nostri figli e non avessimo a cuore le loro madri, ma di strada dovevamo ancora farne prima di poter mettere le mani a un pannetto e non venir giudicati per questo; prima di poter assistere alla nascita di un figlio e non scordare mai più chi fosse la donna che si ebbe al proprio fianco. Questa la battaglia inversa, intrisa di parole per la quale esser grati.

La quotidianità e l’impegno tendono ad assopire l’introspezione. La consapevolezza dell’importanza di essere padre riemerge a fatica dalla pratica. Le notti insonni e condivise allontanano dalla riflessione. La conquistata posizione in seno alla famiglia, ripagata sempre dai risultati, non concede tregua all’uomo padre. Siamo più stanchi, più autentici. Ecco che, talvolta, se non interrogati come me adesso, dovremmo poter trovare il modo per interpellare la nostra coscienza e chiedere a noi stessi chi siamo, cosa rappresentiamo, quanto abbiamo da difendere ancora, da dare e da ricevere. Siamo in continuo mutamento, sempre più importanti, sempre più necessari, sempre più fragili, laddove per fragilità si intenda non già quella di una figura frangibile, bensì quell’altra all’occorrenza delicata.

Non sostituiremo mai il simbolismo materno, né lo vorremmo d’altronde, ma l’aver colmato lo spazio vuoto tra il sentimento e la dimostrazione di questo, l’aver reso manifeste a noi stessi le capacità accudenti, getta luce alle nostre vite di uomini di sempre.

Se indago scientemente il messaggio della vita, questa è tramandare. Se sublimo la vita alla condizione umana, questa è tramandare non solo sé stessa ma la consapevolezza di ciò che è bellezza. Essere padre umano contempla i due aspetti, i due messaggi: tramandare il proprio genoma; tramandare tutta quanta la conoscenza e l’individuazione alla bellezza; farne parte; essere soggetto libero e attivo della vita che rinasce.

Quando mi venne chiesto di scrivere sulla figura del padre, immaginai una analisi impersonale; qualcosa di impossibile. Essere padre è meraviglia, riconoscenza, accettazione, impegno personale, amore nei confronti di chi è diverso da noi.

Il senso di colpa, magari mio soltanto, dell’essere stato cagione della venuta al mondo di un figlio che ho desiderato, invocato, trova il proprio riscatto nel donare a questo mondo imperfetto una coscienza rinnovata, forte, consapevole. Uno spirito sapiente.

Un padre è chi è custode alla magnificenza.

F.D.

Una mamma non andrebbe lasciata mai “sola”. Equilibri precari ai tempi del Covid

In queste settimane di quarantena tutte le nostre abitudini sono cambiate. Le famiglie hanno dovuto trovare un nuovo equilibrio e le mamme, in particolare, assumere ruoli differenti tra le mura di casa, facendo fronte alle esigenze dei più piccoli oltre che ai propri compiti professionali.

Illustrazione: The_best artist

Un’impresa quotidiana che già di per sé basterebbe a smuovere convinzioni alle quali credevamo saldamente, già qualche mese fa.

Tutto questo stare rinchiusi, in costante condivisione di tempi e spazi, ha creato necessità particolari che mal coincidono con il ruolo materno.

Per chi ha continuato a lavorare da casa, in smart working (il lavoro non è mai andato incontro all’infanzia, bensì viceversa) è emerso un velato senso di colpa, di divisione.

Intanto che impegni tutta te stessa nel lavoro, nello studio o in formazione, ecco che i tuoi figli chiedono di te. Non tralasci nulla e intanto con il corpo e con il cuore ti prendi cura di loro; sempre meno di te stessa. Li rassicuri e contieni, ma non puoi includerli in quel mondo che non è fatto per essere condiviso (unico spazio che riesce ancora a tenerti ancorata al mondo esterno).

Per quanto tu possa amare le stanze delle tua casa, quell’altra e virtuale ti è necessaria.

Il mondo del lavoro non ammette scivoloni; sei dentro o sei fuori.

Sono tanti gli esempi di madri che rinunciano al proprio lavoro. Ciò avviene adesso, ed è avvenuto anche prima che questa emergenza comparisse nella nostra realtà; ma è con oggi che forse tutto emerge in maniera più evidente.

È davvero faticoso assumere un doppio ruolo.

Se eri tra le fortunate di ieri, magari lavoravi poche ore al giorno, giusto il tempo che tuo figlio, o i tuoi figli, trascorrevano al nido; il resto della giornata era per loro.

E oggi?

L’aspetto che ci lega al desiderio di non essere “tutta o solo mamma” (perché non accade nulla se diciamo a noi stesse che parte della nostra vita non vogliamo e non possiamo dividerla con nessuno), quell’idea di noi stesse che abbiamo conquistato e che vogliamo tenere salda, oggi è ammessa fra le mura domestiche e mal concilianti in entrambe le direzioni: mamma-professionista e professionista-mamma.

Tornare alla propria postazione virtuale di lavoro acuisce la sensazione di perdere parte nel ruolo domestico, materno, ma anche e soprattutto che la nostra professione in veste mamma non abbia un futuro roseo.

Soddisfare ogni giorno le esigenze fisiche ed emotive dei bambini non è cosa da poco; ricorda l’essere sempre in costante equilibrio tra un’idea e la sua realizzazione. Sembra talvolta scontato ma non lo è.

L’impegno di una mamma è totale, specie se si affronta in gran parte senza deleghe. I bambini richiedono la totalità in ogni aspetto, in ogni espressione, sempre. I bambini sono avidi d’amore. E proprio questa totalità ci svilisce, così come ci inorgoglisce.

La maternità svela aspetti di noi che prima sconoscevamo, ecco perché andava scissa dalla professione: per tutela.

Le mamme, un tempo, e forse in alcuni luoghi ancora oggi, non venivano mai lasciate sole.

Oggi questa situazione di distanziamento sociale sta ribaltando ogni rete di sostegno.

Si apre così una spirale di solitudine, quella che assilla la mente delle mamme e ancor più delle neo mamme, fagocitate dal desiderio di attenzioni del proprio bambino, e ancora e comunque impegnate nella loro professione; e di loro stesse neppure più l’ombra.

Il mio pensiero, oggi, è proprio rivolto a loro.

Una madre non andrebbe mai lasciata sola.